Il capitale umano. Virzì firma il suo miglior film.

Il capitale umano è un film di pregevole fattura, che mi ha colpito sia per la costruzione della sceneggiatura che per l’ottima interpretazione degli attori.

Da Bentivoglio alla Golino, dalla Bruni Tedeschi a Gifuni e Lo Cascio ho visto delle ottime interpretazioni e degli attori azzeccati per i loro ruoli. Senza dimenticare i giovani Matilde Gioli e Giovanni Anzaldo, anch’essi ben calati nei propri ruoli.

Tutto si svolge attorno ad un fatto: un cameriere viene investito da un’automobile nel cuore della notte. Si cerca il colpevole.

Questo fatto è il pretesto per  addentrarci nelle vite dei personaggi, un ritratto della provincia italiana, uno sguardo sull’infelicità dei giorni nostri e sul bisogno di verità.

I personaggi incarnano tipi codificati: dall’uomo d’affari senza scrupoli all’uomo che vuole arricchirsi facilmente, dalla donna che ha ceduto alla vita agiata e rinunciato ai suoi sogni, alla ragazza un po’ ribelle e indipendente; ma sono tutti gestiti per una loro precisa funzione, che si incastra bene nel meccanismo della trama.

Alla fine il titolo ha una sua ragione molto semplice: il capitale umano è una definizione utilizzata in ambito assicurativo. Ma non voglio svelarne completamente il senso.

Un ottimo film italiano quindi, che assieme a quello di Sorrentino rilanciano il cinema di casa nostra.

.

Piccola Patria – il lato oscuro del Veneto

Il primo lungometraggio del regista padovano Alessandro Rossetto è un film di notevole fattura, ed è interessante per molti motivi.

Ambientato nella regione natia del regista, il Veneto, è la storia di due ragazze, due giovani amiche un po’ ribelli alla ricerca di una loro identità, in una calda estate di provincia.

L’intreccio ruota attorno all’ambiguità, al sesso e ad un ricatto.

Luisa e Renata sono ben delineate, due caratteri opposti: l’una introversa e piena di rabbia, l’altra disinibita e socievole.

L’uomo che poi ricatteranno è un impotente, un represso con qualche vaga idea rivoluzionaria di indipendenza veneta che ha sfruttato e sottomesso Renata.

Il film si fa apprezzare per il lirismo di stampo documentario, risaltato anche dalle belle musiche corali, con cui Rossetto ci conduce alla scoperta della provincia veneta.

Un luogo in cui convivono campagna e industria, con pochi spazi di libertà e un senso di soffocamento presente anche nei rapporti familiari, dove la mancanza di comunicazione e la chiusura si avvertono molto bene.

L’atmosfera è cupa e sorniona al tempo stesso, ma la natura è viva e bella in alcuni momenti.

L’unico scorcio di speranza nella storia è la relazione tra Bilal, albanese, e Luisa. Ma anche questo sarà solo un raggio di sole nel tragico concatenarsi degli eventi. 

Le figure maschili principali non hanno lati positivi, sono uomini intrisi di rabbia e frustrazione, sentimenti che riversano nei confronti degli extracomunitari o delle donne. 

E’ un ritratto amaro, quello delineato da Rossetto, e fa riflettere.

Il cinema serve anche a questo, ed è apprezzabile la scelta di far parlare i protagonisti nella loro lingua: dialetto veneto o albanese che sia.

Piccola Patria è un film ricco di spunti, e i personaggi sono riusciti. Complimenti.

piccola patria - locandina

 

 

 

 

La grande bellezza: Sorrentino racconta Roma, viaggio nella decadenza

La grande bellezza è un film notevole, ardito, di ricerca estetica.

E’ la parabola di un dandy moderno, della dissoluzione del dandy per perdita di contenuti. Pura forma.

E’ l’esaltazione della bellezza di Roma, che della sua antica grandiosità conserva solo le rovine, anche umane.

Se l’arte però ha il fascino dell’eternità, del passato glorioso e dell’evocazione, l’umanità al contrario recita l’epilogo della corrosione spirituale.

Consapevole ne è Servillo, Gep nella finzione, che nel passaggio forse migliore in questo senso, mette a nudo la malcapitata strappandole la fragile maschera dal volto, con classe. Consapevolezza che però non lo aiuterà a redimersi, accettando e basta il suo destino di scrittore naufragato nella mondanità. Di cui si autocelebra il re. Ma cosa c’è di più effimero della mondanità?

Il corollario di personaggi e figure, rappresentative di questo viale del tramonto all’italiana, è variegato e credibile. Roma come sogno di gloria, Roma delle feste e delle notti brave che conserva nel recinto l’innocenza bambina delle scolarette. Una specie da proteggere, che non deve guardare fuori quel mondo a testa in giù. Roma, quel sogno di successo che svanisce l’attimo dopo averlo conquistato, Roma che a vederla così bella, muori. Ma solo se a vederla non è un italiano, verrebbe da dire.

C’è anche la critica sociale in fondo, anche se velata e non infangata da eccessi moralistici.

C’è Suor Maria, l’ultimo baluardo dei valori, una figura d’altri tempi che si avvia in silenzio verso la dissoluzione.

E’ un film dal sapore amaro, in fondo, la grande bellezza. La bellezza che ormai rimane è solo esteriore, perché di persone davvero belle nel profondo non ce ne sono. E vi è una netta contrapposizione tra la città e l’essere umano. La fotografia è splendida, e volutamente artificiosa?

La grande bellezza richiama molto cinema, e si vede, ma lo fa bene. La grande bellezza è in fondo un titolo quasi provocatorio. Quel che rimane è l’amarezza del protagonista di essersela fatta sfuggire.

la grande bellezza